venerdì 31 luglio 2009
ORMAI NIENTE PIU' è NUOVO, TUTTO è GIA' STATO VISSUTO
giovedì 9 luglio 2009
Carlotta ha deciso di cambiare
venerdì 5 giugno 2009
VENTRE DEL MARE
Ventre del mare
Regia di Mirco Cittadini
Intorno ai dialoghi, intorno ai monologhi “gli altri” costruiscono “stanze”, finti, permeabili muri di nastri che chiudono i momentanei protagonisti in cubi aperti in alto, aperti di fronte. Dalle pareti, inganno di intimità, filtrano sguardi, sporgono mani e braccia, penetrano, per capillarità o osmosi, desideri, sogni, ricordi. Mai soli, i personaggi di Ventre del mare cercano in sé se stessi ma si ritrovano, infine, in altri.
Il mare, luogo iperonimo di risposta, senso, guarigione, storia scandisce il tempo, l’eterno ritorno, l’eterna occasione di ricominciare. Offre l’inesplicabilità del suo essere oceano di fini e inizi mobili, ininquadrabili, indipingibili, indefinibili, carichi però di enorme potenza. Il mare mai uguale a se stesso assorbe le storie mobili dei personaggi, le mescola, le rifrange producendo svicoli nuovi e nuovi intrecci. Riemerge, nel materno spietato ventre del mare, il tema trasversale del teatro di Mirco Cittadini: la compassione. Tramortiti dalla vita, terrorizzati, frustrati, i personaggi svelano frammentariamente la povera grandezza del loro sogno. Ogni desiderio, ogni speranza (ci racconta Mirco da quando lo conosciamo) merita solidarietà, merita ascolto. Ogni oscura paura o fissazione è specchio di una grandezza, dell’intollerabilità all’uomo del divino in lui iscritto. Il terrore scaturisce dal balenare della terribile possibilità di comprendere in sé tutto l’oceano mare della vita e della storia, insieme alla mortale necessità di viverla tutta, quella vita, e alla quasi certezza di non potercela fare.
E’ al monologo di Elisewin (il miglior recitativo della serata) che si affida il tema dell’opera: “…Io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c’è, tanta da impazzire…”.
E gli attori tutti diventano vita, diventano mare; diventano, insieme, il complesso disordinato e armonico della storia, il disporsi coerentemente entropico delle onde, il sovrapporsi dei fruscii, gli improvvisi silenzi della bonaccia che obbedisce agli stupori delle epifanie esistenziali.
Teatro di volumi e di danza, quello di Cittadini è anche un teatro di veli.
Gli attori mutano personaggio al mutare di un singolo oggetto o capo di vestiario (perché la mutazione di sé è cosa vicina, a portata, spaventosamente possibile). E alla vestizione (che è quasi sempre prodotta dall’esterno: altri rivestono, altri spogliano) si accompagna la velazione (c’è un inconscio ritorno, in Cittadini, a modelli mitologici, dove la leggerezza del velo fa schermo alla potenza del magico e del sacro: si pensi all’impalpabile veste che Medea dona alla principessa di Corinto; alle bende del dio avvolte nello scettro del sacerdote di Apollo…). Anche etimologicamente la velazione evidenzia il livello ambiguo del coprire/non coprire/coprire parzialmente: dove rivelare è allo stesso tempo “rendere visibile” e “tornare a nascondere”.
Se idealmente l’opera si apre con il monologo di Elisewin, idealmente si chiude con quello di Padre Pluche, con le quattro possibili possibilità cui si apre la sua vita e con la gioiosa, seppure turbata consapevolezza di potere liberamente sceglierne una, quale essa sia.
Il rifiuto della paura che Elisewin esprime all’inizio si riscontra nella certezza di non averne che Padre Pluche sottolinea nella preghiera finale.
Se qualche osservazione si può muovere all’ambizioso tentativo di ridurre sul palcoscenico le psichedeliche visioni di Baricco, direi che due sono gli scogli: un eccesso di ellitticità, una carenza di recitazione. E di entrambi attribuiamo serenamente le colpe al regista, incolpevoli i suoi attori/allievi. Cittadini aspira a un pubblico intelligente e colto, e fa bene, ma in questo caso lo obbliga a un eccesso di ruolo: il montaggio devasta le storie, e le evoluzioni dei personaggi subiscono drastiche scorciature. I cambi di destinazione e i diversi percorsi intrapresi risultano spesso così bruschi da parere immotivati. Solo un lettore recente del romanzo Oceano mare potrebbe facilmente integrare le assenze di liason, ma questo non sarà forse opportuno fino a che Oceano mare (il romanzo) non diventerà un fondamentale classico della letteratura (ma, forse ahimè, non lo diventerà).
Ulteriore difficoltà lo spettatore incontra nel seguire dialoghi e monologhi, spesso sussurrati al limite del bisbiglio, talvolta poco espressivi. Il raccontarsi promana dai personaggi più per gesti che per parola: ma mettere in scena Baricco significa in primo luogo, credo, rendere omaggio al potere fascinoso della parola. In effetti gli attori quasi mai raccontano al pubblico; più spesso raccontano a se stessi o raccontano a chi altri sta sul palcoscenico (frutto prezioso dei laboratori espressivi del regista) obbligando lo spettatore a una sorta di “violazione di domicilio” che accosta al voyerismo, che è elemento tipico del teatro cittadiniano, un indiscreto spionaggio acustico. Come se il personaggio si denudasse per pochi intimi accettando che se qualcuno passasse di là, per caso, come per caso si arriva alla locanda Almayer, gli sarebbe lecito sbirciare e lui non si opporrebbe.
Bravi gli attori a tenere il palco, con la consueta tendenza ad appropriarsene con sempre maggiore sicurezza via via che l’opera procede e l’uomo diventa attore, l’attore personaggio. Professionale la capacità di superare intralci e dimenticanze improvvisando con convinzione. Da curare, come già detto, vocalità e interazione con la platea.
Men of the match: Valeria Bissa per Ann Devarià, perfettamente a proprio agio, quasi una seconda natura, nell’adulterità connaturata ed Elisabetta Leopardi (un’attrice dalle vibre giuste) per il monologo di Elisewin (meno convincente nella seconda parte).
Già a buon punto, ma con notevoli margini di miglioramento, Francesco Sessa per Bartleboom, Alice Dal Bono per Dira, Marco Canullo per Padre Pluche. Per presenza scenica nulla può offuscare l’animalità di Gabriele Pesenti: qualunque ruolo gli si affidi riempirà sempre il palco di potenza e umanità.
Ci sarebbe piaciuto, infine, un cameo del regista. Possibile che proprio uno come lui non avesse da passare (per sbaglio, si capisce) dalla locanda Almayer?
sabato 23 maggio 2009
La visione del suo inferno per Carlotta

lunedì 18 maggio 2009
GIUB BOX (I miei dischi preferiti)

La musica dei Coil è, forse, la più triste al mondo. Non quella tristezza lo-fi chitarrosa tipica di alcune bands degli anni '80-'90 (tipo Codeine o Galaxie 500). No, non puntano sulla malinconia tipica della provincia inglese o americana, dove non succede nulla da raccontare. I Coil puntano su un'elettronica minimale, visionarissima, per nulla fredda. La loro discografia inizia nel 1984 e finisce nel 2005, anno della morte prematura del fondatore John Balance. Questo vol. 2 della "Musick to play in the dark" (si, Musick, non Music) è forse l'esempio più comunicativo del loro intento. 6 tracce in tutto, ognuna pregna di una tetra e dolcissima ancestralità, come fosse un "soul razionale", spogliato della sensualità e dell'umanità tipica del soul, per lasciar fluire invece una sensibilità di altri mondi, misantropa, ma non per questo violenta emotivamente. Una musica che incanta, paralizza, ascende all'eden e discende all'inferno, contemporaneamente. Come non farsi abbracciare dal recitato come un soffio gelido che pervade minimalmente tutta la prima traccia "Something", dove il titolo ripetuto ossesivamente, assieme a venti elettronici, ci invita nel mondo dei Coil, fatto di tante aurore boreali e pochi umani. La desolazione continua ad essere percepita in "Ether" e "Praranoid Inlay", per poi giungere alla ballata austera e silenziosadi "Where Are You?", dove Balance con la voce di uno scapigliato anacronistico instaura un dialogo a senso unico con Dio, fatto tdi tante domande e nessuna risposta ("Where are you? Are you hiding from me? Are surrounded by things we cannot penetrate? Are you bathing in moonlight or drowned on the beach?" e soprattutto "Is the cage you love the home you also hate?"). L'ultimo pezzo "Batwings" scioglie tutta la tensione in un canto senza tempo, Balance e la sua voce bellissima, tanto angelica quanto eroica, che muove alle lacrime sempre e comunque, qualunque sia l'umore. Perchè quando si parla di umore, si parla sempre si sciocchezze. Tutto sparisce di fronte all'immensità di questa musica, come le scimmie di 2001 Odissea nello spazio smettono di litigare alla scoperta del monolite. La musica più triste del mondo, forse. Sicuramente la più rassegnata. Grazie John Balance.
domenica 17 maggio 2009
Sogno composito a pile a combustibile

lunedì 20 aprile 2009
Quando...
Quando crolla una casa la si lascia lì, in macerie (macerie di una quotidianità spezzata, preda della natura una volta tanto severa) o la si tira su di nuovo.
Quando si scrive una bella cosa sulla battigia, e arriva l'onda, ci si rattrista per l'oblio o si ride della schiuma. La frase, tanto, era scritta più incisivamente in te.
Ci sono delle sabbie dorate.
Che aspettano.
Non saranno la cura ma di certo un campo-base, per riflettere sulle cose importanti e sentirsele attorno, strette addosso come un k-way durante una pioggia di agosto.
Andare lì è una nostra scelta.
